#Pray4Alfie: la forza della preghiera contro la cultura dello scarto

Circa cinquanta persone, di tutte le età, venerdì  sera davanti alla chiesa dei Cappuccini in Borgo Palazzo, ma altre seimila da tutto il mondo per seguire in diretta streaming la veglia di preghiera per Alfie Evans; e molte altre che hanno partecipato ad altre veglie analoghe, organizzate lo stesso giorno da altre associazioni, in provincia di Bergamo (una di fronte al Duomo in Piazza Vecchia).

Una manifestazione pacifica di quanti credono che la vita sia un dono, opponendosi a quella che Papa Francesco ha definito la “cultura dello scarto”, che considera “gli esseri umani più deboli e fragili. cioè i nascituri, i più poveri, i vecchi malati, i disabili gravi” come vite indegne di essere vissute. Il caso del piccolo Alfie Evans, neonato di Liverpool affetto da una malattia non curabile, che la legge britannica voleva sopprimere in base ai “best interests of the child”, ha scatenato un’ondata di interesse in tutto il mondo e diviso profondamente l’opinione pubblica. Per i sostenitori della pratica eutanasica (peraltro esercitata su un individuo non in grado di esprimere la propria volontà e non in condizioni di fine vita o di grave sofferenza), la soppressione di Alfie sarebbe stata un atto misericordioso; per i sostenitori della vita comunque essa sia, oltre alla contraddizione di dare volontariamente la morte come atto di misericordia, questo  ragionamento poggia su un pericoloso piano inclinato: eliminato il principio univoco per il quale la vita umana è sempre intangibile, le eccezioni, sempre “in nome della misericordia”, possono moltiplicarsi all’indefinito.

Oggi è un neonato con una malattia degenerativa del cervello o un feto al quale è stata diagnosticata la sindrome di Down; domani potrà essere un malato di un cancro incurabile, o un sieropositivo a uno stadio avanzato della malattia, o semplicemente una persona troppo anziana perché le sue cure non vengano giudicate, da alcuni, come un costo eccessivo e ingiustificato per il sistema sanitario. In questi mesi gli attivisti pro-life sono stati accusati di tutto: di essere dei fondamentalisti (ma il tema della vita non è forse un tema fondamentale?); di fare una crociata contro la scienza (ma è la scienza medica o la legge britannica che ha stabilito il destino di Alfie Evans?); di usare la vicenda per vantaggi personali (verrebbe da chiedersi quali, visto che la posizione pro-life sembra essere proprio quella perdente, in politica e sui mass-media); di speculare sul dolore dei genitori di Alfie (quando invece difendevano proprio le scelte e il diritto di patria potestà dei genitori);

Non sono mancate anche critiche più torbide, come quella secondo cui troppa attenzione veniva dato a un singolo caso di un neonato incurabile, a discapito di milioni di altri bambini sofferenti nel mondo; dimenticando, o fingendo di dimenticare, quanto l’associazionismo e il volontariato cattolico fa in favore dei poveri e dell’infanzia (lo stesso Ospedale Bambin Gesù di Roma, che aveva dato la disponibilità a curare il piccolo Alfie, accoglie in questo momento diversi bambini siriani). Purtroppo la gente comune, a causa di una cattiva informazione, spesso ignora cosa si intenda esattamente con la parola eutanasia, tanto per il caso di Alfie quanto per la recente legge italiana sul testamento biologico; a cominciare dalle terribili e prolungate sofferenze inflitte sospendendo la respirazione e l’idratazione artificiale, che portano a una morte lenta per soffocamento e per sete. Ci auguriamo che una vicenda come questa serva a scuotere le coscienze anche dei tiepidi, facendo capire come le leggi sul fine vita nascondano in realtà una visione politica molto più ampia, che vuole proporre un modello di società molto lontano da quello da cui proveniamo, nel quale all’individuo è attribuito un valore molto diverso.