Popolo della Famiglia verso Strasburgo

48 giorni di tempo per le Europee. Per il Popolo della Famiglia si chiude l’era del “contro” e si apre quella del “per”

Mai come ora è necessario per chi milita nel Popolo della Famiglia sovrapporre il proprio impegno politico alla propria identità permeata di Cristianesimo, alla fiducia di essere venuti al mondo in quanto parte di un progetto i cui contorni ci sfuggono, ma la cui sostanza e finalità sono chiare: partecipare alla costruzione di una società fondata sul bene comune, irrorata dall’acqua feconda della Verità.

Mi esprimo in termini roboanti per rimarcare la svolta epocale che il gesto di domenica 7 aprile rappresenta: aver depositato al Viminale il simbolo del PdF che ospita nel suo oceano blu la scritta “Partito Popolare Europeo” supera ogni operazione di comunicazione per collocarsi direttamente e definitivamente nell’antropologia politica. Vorrei sostenere la mia tesi citando un’esperienza personale. Domenica mattina, mentre Mario Adinolfi e Nicola Di Matteo stazionavano pazientemente e non beatamente in coda, intruppati nel folklore italico degli aspiranti politici, nell’attesa di depositare il simbolo al Viminale, io mi recavo, per ragioni di politica locale del paese in cui abito, invitato presso la sede di una lista civica di ispirazione centrodestra. Appena entrato, mi presento dicendo che sostengo il Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi. Subito mi si avvicina un signore, funzionario ai servizi sociali di un comune dell’hinterland milanese e padre di quattro figli, che mi dice: “Conosco tutto della vicenda Adinolfi-Amato, seguo Costanza Miriano, ho letto parecchi articoli sul congresso di Verona, ecc…”, un attimo dopo, un’altra persona, laurea alla Cattolica di Milano, direttore del personale, mi dice: “Io faccio politica dagli anni Novanta, sono un formigoniano di ferro…”. Mentre si presentano il mio sguardo veniva catturato da quanto era esposto alle pareti: a sinistra un crocifisso, a destra la foto di Alcide De Gasperi, davanti a me una bacheca in legno molto datata recante le immaginette della Madonna e di tutti i Papi da Pio XII a Francesco. A quel punto, la persona che mi aveva invitato, accortosi delle mie occhiate, mi dice: “Questa è la sede dell’Associazione De Gasperi ed è la sede storica della Democrazia Cristiana del paese, che ha governato il comune per oltre trenta anni”. Ed ecco che, incontrollato, un brivido mi assale, un corto circuito intuitivo che mi stimola lì per lì questa considerazione: cosa ci faccio qui io che sono cresciuto con la sola idea che la DC fosse un sistema di potere capace di fare strame dei valori cristiani? Ma soprattutto, queste persone che sto conoscendo cosa c’entrano con la trivialità esibita da Meloni Salvini e accoliti? E allora mi sono diventati chiari due fatti: il primo è che in Italia c’è veramente tanta gente che vota Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia (ma anche PD) perché non sa più dove sbattere la testa, perché è rassegnata e depressa nelle più sane ambizioni, gente che non dà spettacolo, che non grida, ma ha una dote irrevocabile: crede.

Il secondo fatto riguarda me ed è dirimente da qui all’eternità: quel brivido mi ha fatto capire che mi sono scelto un destino e l’ho legato ai valori del Popolo della Famiglia. Poi arrivo a casa e leggo sui social del simbolo depositato e tutto il resto – la gioia come l’apprensione, la soddisfazione come la preoccupazione – e un’altra certezza mi travolge: quel brivido di un’ora prima era appena stato confermato da persone a cui dal 2016 sto dando fiducia. Ripagarla significa stabilire il perimetro che deve contornare il mio modo di fare politica e quello dei militanti del PdF da oggi in poi. Abbiamo cambiato categoria di gioco, o se si preferisce siamo entrati in prima squadra e non per una botta di posteriore o per un magheggio all’italiana, ma per strategia. A gennaio si sono affastellati convegni, proclami, ricordi da parte di associazioni e movimenti tutti animati dalla poco pia intenzione di rivendicare a sé il patrimonio del Popolarismo, tutta una gara a chi è più sturziano, più libero, più forte e più degno di confermarsi erede. Come era prevedibile, dopo qualche giorno l’argomento è finito al macero. Passano 85 giorni ed ecco che non un proclama, ma un simbolo viene addirittura depositato affiancato ufficialmente al Popolarismo e questo simbolo è quello del Popolo della Famiglia. Quegli irriducibili testoni spettinati che più li critichi e più si rafforzano, che più li comprimi e più esplodono, oggi si fregiano della storia. Un risultato cercato con una tenacia mostruosa, senza mai cedere alle sabbie mobili dello sconforto.

Facciamoci un applauso, noi e i nostri leader, e godiamoci il momento riflettendo sul nostro percorso, che è il modo migliore per conoscere il nostro futuro. Abbiamo 48 giorni di tempo per imporre un’equazione: Popolo della Famiglia = Popolarismo. Coerenti, compatti, a testuggine verso questo obiettivo, che è molto più importante del risultato elettorale di maggio, perché l’identificazione col Popolarismo ci apre un vero oceano in cui nuotare. Innanzitutto ci libera dalle contestazioni volgari e ignoranti di commentatori qualunquisti, che ci saranno ancora, ma da oggi in poi anche una non risposta non significherà il non saper rispondere, ma il fatto che non abbiamo tempo da perdere con chi ci tira per la giacca per trascinarci nel suo nulla infernale popolato di rancori, gelosie, falso buonismo da sacrestia e prepoliticismo tattico. Un proverbio dei samurai giapponesi recita: “quando si alza l’acqua si alza anche la barca”. Questo è quello che dobbiamo fare, lavorando sullo standing della comunicazione, selezionando i commenti a cui rispondere, senza cancellare le ingiurie perché marcheranno ulteriormente la differenza tra noi e gli altri. Un pubblico nuovo ci osserva, incredibilmente ampio e trasversale (dalla CEI alle persone per bene), perché il Popolarismo al contempo ci sdogana e ci consegna un salvacondotto, un lasciapassare per raccontare chi siamo con una patente di nobiltà culturale che sarà impossibile smontare con qualche luogo comune sull’omofobia o sul medievalismo. Anzi, proprio a proposito di medioevo vorrei ricordare i versi con cui inizia il Purgatorio di Dante:

Per correr miglior acque alza le vele

Omai la navicella del mio ingegno

Che lascia dietro a sé mar sì crudele

Non conosco parole più adatte per descrivere la fase in cui domenica 7 aprile è entrato il Popolo della Famiglia. Dobbiamo far quadrato su quei temi che sono esistenzialmente e antropologicamente nostri – giustizia, libertà, carità, vita, sussidiarietà, bene comune, fraternità, radici cristiane dell’Europa – e declinarli nella nostra comunicazione in modo insistente, ma non revivalistico. La nostra esperienza e competenza ci devono insegnare che non si tratta semplicemente di riproporre un modello che c’è già stato: in cento anni il mondo è cambiato. La deriva etica in cui siamo immersi era inimmaginabile. L’aggressività del capitalismo finanziario, la globalizzazione delle culture così come le stiamo subendo, erano inimmaginabili. L’attacco alla vita, la pervasività della cultura della morte, il feticismo per la bellezza artefatta, erano inimmaginabili. Ma soprattutto era inimmaginabile il fatto che la nostra stessa civiltà occidentale e quindi europea potesse contenere ed alimentare in se stessa i germi di questa crisi che è sempre più vicina al punto di non ritorno.

Militare oggi nel Popolo della Famiglia e dichiararsi Popolari vuol dire trovare il linguaggio e le energie appropriate per ingaggiare ed affascinare le nuove generazioni: non siamo restauratori, siamo rivoluzionari. Già c’è un fatto che ci distingue nell’approccio alla realtà di relazione: non spacchettiamo la società in individui singoli e massificati, ma in famiglie e in comunità di pratica. Ci viene naturale, non dimentichiamolo mai: il nostro agire politico ha la famiglia come perno, da qui nasceranno le riforme e parlare in questo modo affascina, perché è un tratto distintivo che è anche un assunto incontrovertibile. La famiglia è l’unico e vero antidoto al radicalismi di massa. Lasciamo che i “morti” si seppelliscano da soli, questo sarà il nostro tempo anche nella misura in cui sapremo spenderlo correttamente: dedicando energie dove davvero servono. Per il Popolo della Famiglia si sta concludendo l’era del “contro” e sta iniziando l’era del “per”. In altra occasione ho spiegato come il comportamento partitico possa essere assimilato a un planetario secondo le regole del quale il pianeta più grande tende per ragioni di massa e di forza gravitazionale ad attrarre sul di se i pianeti più deboli. Così fa la Terra con la Luna e così fa il Sole con la Terra. Se però il pianeta satellite si indebolisce troppo, ecco che non ha più la forza di contrapporre la propria massa e quindi si vedrà collassare sul pianeta maggiore (è il caso degli asteroidi). Questa è la logica che porta un partito forte a spolpare con agenti di disturbo le formazione nascenti comprandone i leader o seminando zizzania. Vi ricorda niente? Abbiamo superato anche questo. E non è un caso se Mario Adinolfi all’epoca fin da subito si mostrò fermo nel porre un veemente aut aut ai titubanti e ai “flirtisti”, perché conosceva bene questa legge e voleva proteggere la sua, la nostra creatura. Tanti gli hanno dato fiducia e il risultato siamo qui a contemplarlo: abbiamo il meraviglioso onere di dimostrarci degni del nome Popolari. Non facciamoci intimorire dalle critiche tattiche, legate al momento presente, su chi ci è alleato o meno. Facciamo la corsa sul Popolarismo, perché quello è il nostro futuro. Ricordiamoci delle grandi imprese del ciclismo: chi vince sulle Alpi e sui Pirenei non è semplicemente il corridore che sa rintuzzare gli scatti degli avversari, ma quello che, una volta trovato il proprio passo, lo tiene fino in cima. A farsi dare il ritmo dai nemici, il fato salta, e si rimane a boccheggiare su un paracarro. Sappiamo essere bravi incursori, guerriglieri, guastatori, ma oggi è richiesto il passo lungo, perché siamo completamente immersi in un’impresa, per dirla ancora con Dante, “a cui ha posto mano e cielo e terra”. Un’impresa che non spaventa nella misura in cui rafforziamo la nostra identità di popolo, costruendo una cultura di relazione tra militanti fratelli che ci proietta in avanti, non come amministratori della cosa pubblica, ma come promotori del bene comune. Chi sceglie un popolo sceglie un destino e noi abbiamo scelto il Popolo della Famiglia. Mai come ora sotto il manto di Maria, mai come ora.