LA CROAZIA IN PIAZZA CONTRO IL #GENDER

LA CROAZIA IN PIAZZA CONTRO IL #GENDER

di Augusta Senoa

Prosegue la mobilitazione delle famiglie e dei cattolici alla colonizzazione culturale “Euro gender”. Dopo la ratifica da parte del Consiglio dei ministri, 5 mila persone sono scese in piazza per convincere il governo Plenkovi ad abbandonare il suo piano di ratifica della Convenzione di Istanbul, documento del Consiglio d’Europa che, con il pretesto della “non discriminazione”, apparecchia ai cittadini croati corsi d’indottrinamento nelle scuole imbevuti dell’ideologia dell’ indifferenzazione sessuale e cammionate di soldi pubblici alle lobby Lgbt.

 

Andrej Plenković

Decine di migliaia di persone, con l’incoraggiamento e il sostegno dalla Chiesa cattolica croata, sono scese in piazza sabato scorso a Zagabria per indurre il governo di centrodestra, presieduto dal “cattolico” Andrej Plenković, ad abbandonare il piano di ratifica della Convenzione di Istanbul sulla “prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”. Si tratta, come noto, di un documento promosso dal Consiglio d’Europa (Coe) che contiene diverse previsioni normative imbevute d’ideologia gender. Venerdì, infatti, il Consiglio dei ministri aveva approvato, tra aspre polemiche, annunci di proteste pubbliche, la ferma opposizione della Chiesa cattolica nonché scontri all’interno della stessa maggioranza, la legge di convalida del trattato europeo che, ora, potrà comunque essere sottoposto al voto del “Hrvatski Sabor”, ovvero il parlamento croato.

Come successo anche in Italia per la pseudo- riforma della “Buona scuola”, il governo sta cercando di alzare alcune cortine fumogene sulla questione, inviando per esempio il testo della Convenzione in Parlamento con allegata una inutile quanto ambigua “dichiarazione interpretativa” che spergiura che, la Convenzione, «non contiene l’ideologia di genere né l’obbligo di inserirla nel sistema scolastico e giudiziario ». La di  chiarazione vorrebbe rassicurare i molti oppositori del documento Coe che sostengono invece che tramite la protezione delle donne dalla violenza si vuole in realtà introdurre il concetto di “gender”.

Secondo i partiti della destra cattolica e le associazioni familiari, la legalizzazione del “genere” aprirà invece le porte «a pericolosi esperimenti culturali nell’educazione pubblica e nella sanità», contrari ai valori tradizionali del popolo croato nonché alla visione antropologica naturale del rapporto tra i sessi. La Conferenza episcopale croata (Hbk) sta pubblicando negli ultimi mesi diversi documenti ufficiali nei quali esprime disaccordo riguardo all’introduzione del concetto di “genere” nella legislazione nazionale e si oppone chiaramente all’adozione della Convenzione di Istanbul.

Un deputato della maggioranza di governo, esponente del partito cattolico “Hrast”, Hrvoje Zekanovic, ha dichiarato in merito che nessun partito che si definisce “cristiano” può essere a favore della ratifica della Convenzione, accusando l’Unione democratica croata (Hdz) del premier Plenkovic di aver fondamentalmente tradito i valori dei suoi elettori.

 

COSA PREVEDE LA CONVENZIONE DI ISTANBUL
Il documento approvato dal Consiglio d’Europa nel 2011, ratificato dal parlamento italiano nel 2013 (45 sono stati i Paesi firmatari della Convezione ma, finora, solo 27 le ratifiche), in nome della “lotta alla violenza sulle donne” prevede l’introduzione negli ordinamenti nazionali di istituti ispirati chiaramente all’ideologia gender. Ad esempio in materia di educazione impegna gli Stati nazionali all’«inclusione nei programmi scolastici di ogni ordine e grado di materiali didattici sui ruoli di genere non stereotipati» (art. 14). Prevede poi che nelle attività culturali, sportive, scolastiche extracurriculari il concetto di “genere” stia a significare «ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini» (art. 3). Naturalmente la convenzione contiene anche prescrizioni – in materia di Stalking, stupro, sterilizzazione e aborto forzato (art. 34-39) – pienamente condivisibili, ma che non possono essere approvate separatamente dalle norme “pro-gender”. Secondo alcuni ciò dimostra che queste ultime norme sono la parte veramente più importante della Convenzione.

 

LE REAZIONI
Vari membri del governo di centrodestra, in contrasto col primo ministro Plenković che ha minacciato la crisi di governo in caso di mancata approvazione della Convenzione, hanno sempre rifiutato l’adozione di leggi o normative europee che introducano nelle scuole teorie contrarie alla natura dell’uomo e ai valori cristiani, e che sono destinate a portare finanziamenti pubblici a organizzazioni non governative sostenitrici di tali teorie. Chiara presa di posizione nello stesso senso vi è stata anche da parte di molti membri dell’Accademia croata della scienza e di noti professori universitari.
È molto significativo che mons. Uzinic, a capo della Commissione per la vita e la famiglia della Conferenza episcopale croata, abbia lanciato un appello ai deputati croati (cattolici e non) a votare contro la ratifica.
«La Chiesa – ha dichiarato – non può rimanere in disparte, quando bisogna proteggere i valori fondamentali per la dignità dell’uomo, perché si tratta di questioni importanti per la vita personale dei cristiani e per la società del nostro tempo». La conferenza dei vescovi ha chiesto quindi di aprire un ampio dibattito pubblico per chiarire tutti i dubbi che la Convenzione solleva e ha espresso preoccupazioni per i danni a lungo termine che essa comporterebbe per il sistema legislativo e per l’istruzione nazionale. L’arcivescovo di Zara, mons. Zelimir Pulljic, ha esplicitamente affermato che chi accetta le idee sbagliate della teoria gender «si scomunica da solo». È sull’onda di queste reazioni che sabato 24 marzo si è tenuta la storica manifestazione di piazza nella capitale Zagabria nella quale 5 mila persone (secondo le stime della polizia), 50-70 mila ad avviso dei promotori, pregando il rosario hanno chiesto al Parlamento croato di non ratificare la Convenzione.

 

 

 

“NEL NOME DELLA FAMIGLIA”
Da anni opera in Croazia l’associazione “U ime obitelji” (“Nel nome della famiglia”) a protezione della dignità del matrimonio, della famiglia e della vita umana. L’associazione è stata protagonista nel 2013 di una vittoriosa iniziativa referendaria che ha consentito – malgrado un clima di pesante intimidazione, a volte violenta – di introdurre nella Costituzione croata una norma secondo la quale costituisce matrimonio esclusivamente l’unione tra un uomo e una donna. Nel 2016 il presidente di questa associazione, dott.ssa Zeljka Markic, ha tenuto un intervento al Family day del Circo Massimo, dopo il quale è stata salutata da una salvia di applausi per le sue dichiarazioni in difesa del matrimonio tra uomo e donna, quale luogo ideale per crescere i figli e difenderli dalla cattiveria utilizzata per l’indottrinamento della teoria gender.

 

La società croata, in effetti, col supporto concreto dei propri pastori, non ha mai rinunciato a difendere i propri valori e le radici cristiane che ne caratterizzano la storia e identità contro tutti i diktat del Pensiero Unico, europeo e non solo.
Sulla difesa di questi valori sembrano orientati con varie sfumature anche la Slovenia (che nel 2015 ha abrogato con referendum la legge sul matrimonio tra omosessuali e sull’adozione da parte delle coppie gay) e i paesi del “gruppo di Visegrad” (Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia e Ungheria che raggruppano 60 milioni di cittadini Ue). Non a caso il primo ministro slovacco, Robert Fico, finché è restato in carica (2006-2018), ha sempre dichiarato che il suo Paese non avrebbe mai ratificato la Convenzione di Istanbul. Da est continua quindi a soffiare un vento nuovo per la famiglia e la vita in Europa…