Grave errore depotenziare i piccoli nuclei ospedalieri

Grave errore depotenziare i piccoli nuclei ospedalieri

La tendenza degli ultimi decenni è stata a concentrare risorse e personale nei grandi impianti metropolitani, che accumulano sì professionalità e specializzazione, ma lasciano sguarnite le periferie.

 

di Fabio Annovazzi

Si stanno levando forti voci di protesta ovunque in Italia per il venir meno, o il ridimensionamento, di tanti centri ospedalieri siti in aree periferiche o disagiate. Niente di nuovo sul fronte occidentale mi verrebbe da dire parafrasando un affermazione tratta da un libro di Rigoni Stern. Niente di nuovo perché oramai sono decenni che si prosegue con questa tendenza sbagliata, che vuole raggruppare tutto il sistema ospedaliero in grossi centri polifunzionali, per cui non so di cosa ci si stupisca. Questo orientamento accentrante è intrinsecamente sbagliato, ed è uno dei tanti falsi miti di progresso che circolano ai nostri tempi.

Ci si trincera sempre dietro alla scusa dell’efficienza e della presunta sicurezza nelle varie visite specialistiche od operazioni chirurgiche, anche le più banali, per proseguire il cosiddetto taglio di rami periferici sanitari che invece andrebbero rinforzati. Eppure la tremenda mancanza di posti letto che abbiamo patito durante la fase più drammatica del covid dovrebbe aver insegnato qualcosa a tanti direttori generali delle varie aziende ospedaliere…
Eminenti luminari o medici di alto grido soffiano poi sul fuoco e parlano apertamente di ospedali non sicuri (manco fossimo in Sud Sudan) che andrebbero per tanto smantellati per lasciare posto eventualmente a dei soli reparti di lunga degenza. Questi soloni della medicina dimenticano forse il giuramento di Ippocrate prestato a suo tempo e si improvvisano come general manager aziendali di una qualsiasi ditta industriale.

fonte: gruppo Facebook “OSPEDALE VIVO”

Purtroppo la stragrande maggioranza della popolazione locale spesso si lascia imbonire, ed abbocca tranquillamente a questo amo che accentrando crede di garantire una presunta sicurezza totale nelle varie patologie che richiedono un ospedalizzazione. In realtà questa ipotizzata certezza totale, di infallibilità nella cura in medicina e chirurgia, non può esistere da nessuna parte, le complicanze sono sempre in agguato ovunque anche nei centri più all’avanguardia.
Però tanta gente quando parli di efficientare i grossi ospedali, per rendere ogni pratica sanitaria sicura al 100%, è pronta ad ingoiare qualsiasi boccone amaro senza farsi troppi problemi. Ma è una grave illusione ripeto. Questo continue e disgustose sforbiciate sono motivate anche spesso da ragioni economiche che non avrebbero il minimo senso di esistere in ambito della salute pubblica. Certo, vanno evitati gli sprechi e occorre oculatezza quando si gestiscono denari pubblici, ma non lo si può fare a discapito di qualcuno, specialmente in tante periferie esistenziali disagiate. Troppo comodo però poi prendersela solo con la politica per questi ridimensionamenti o chiusure, le colpe vanno suddivise equamente tra tutti gli attori protagonisti, compreso il silenzio accondiscende di tanti residenti locali.
Porto un esempio concreto in merito. Negli anni scorsi la Regione Lombardia ha stanziato svariati milioni di euro per il nostro ospedale montano. Si è scoperto che questi soldi sono finiti nella realtà in una sorta di calderone dell’azienda ospedaliera di Bergamo città. In pratica i finanziamenti dati ai piccoli e periferici ospedali sono serviti invece alla miglioria di quelli grandi. Ciò non è assolutamente giusto e sembra di avere a che fare con tanti Robin Hood all’incontrario che “rubano” ai poveri per dare ai ricchi. Del tutto patetico che i vari direttori generali accampino le giustificazioni che occorre fare quadrare i conti a fine esercizio e che si preservano così le eccellenze. Sbagliato, anzi doppiamente sbagliato e deleterio: un ospedale al servizio della cittadinanza non può diventare una SPA, ne è corretto sforbiciare servizi essenziali in zone periferiche per fare pareggiare il bilancio o migliorare gli altri.
Farneticante di conseguenza trincerarsi dietro alla scusa delle scarse risorse finanziarie stanziate che obbligano al taglio di questi presunti rami secchi della sanità italiana.

Ridicolo perché anche recentemente, e lo dico con sdegno come amministratore comunale, stanno arrivando vagonate di euro per il cosiddetto efficientamento energetico sugli edifici e sull’illuminazione pubblica. In pratica abbiamo nei paesi bellissimi lampioni, che consumano pochissimo e “inquinano” zero, ma interi reparti dei nosocomi tristemente chiusi o trasformati in camere di lunga degenza per gli anziani. Che ecologia del menga questa che mette al primo posto la riduzione della CO2 a discapito della persona umana, quella più fragile soprattutto. In questo caso però la politica ha sì le sue gravi colpe: dovrebbe venire al primo posto la salute pubblica di qualsiasi cittadino rispetto ad un risparmio energetico ed un calo dell’inquinamento tutto da dimostrare. Non siamo cittadini di serie B semplicemente perché viviamo in aree disagiate in cui non vuol più vivere nessuno data la carenza di servizi. Che ce ne facciamo di un lampione bello e a basso consumo se in quella strada non ci passa praticamente più nessuno per 11 mesi all’anno? Facciamo luce ai cinghiali così che vedano meglio durante le loro devastazioni? A che ci serve l’isolamento totale di un edificio comunale se presto cadrà malinconicamente in rovina su se stesso in quanto disabitato? A fare da ciliegina sulla torta a questo quadro desolante in ambito sanitario vi si aggiunge anche una carenza paurosa di medici, sia specializzati che generici.

È recente la notizia data dalla stampa di migliaia di dottori che il prossimo anno andranno a godersi la meritata pensione. Chi prenderà il loro posto negli ambulatori o nelle sale operatorie? Di rincalzi non ce ne sono a sufficienza. I nodi di politiche familiari scellerate dei decenni scorsi stanno venendo irrimediabilmente al pettine, trovando pieno compimento in questi primi decenni del duemila. E il trend continua a ritmi vertiginosi. Tra il 2018 e il 2019, grazie alla sciagura della denatalità, abbiamo avuto ben centomila studenti italiani in meno. Centomila braccia e menti che verranno a mancare per il futuro prossimo, solo in minima parte rimpiazzati da giovani ragazzi immigrati di seconda generazione. Se poi calcoliamo anche i tanti giovani e i grandi cervelli che hanno lasciato il nostro paese, attratti dalle lusinghe dei paesi d’oltre Manica, la situazione dovrebbe suonare per tutti come un fragoroso campanello d’allarme.

Ma puoi dirlo in tutte le salse, puoi gridarlo ai quattro venti e a squarciagola dai tetti che questo è il più grave problema dell’Italia da affrontare ora ed immediatamente, ti riterranno barboso ed insolente e basta. “Sei solo un illuso, sarà anche giusto quello che dici ma la realtà è un’altra”. Quante volte mi sono sentito ripetere da svariati conoscenti questa affermazione e come dargli torto in effetti. A tantissimi interessa ormai solo il proprio orticello personale, l’avere la pancia e il portafoglio pieno, in un egoismo ed un accecamento mostruoso sia nella società civile che nella politica. Le difficoltà economiche certamente hanno il loro peso, ma spesso risultano come delle vere e proprie scuse per non assumersi le proprie responsabilità.

Ci stiamo auto distruggendo, stiamo rovinando la nostra millenaria civiltà cristiana e siamo felici davanti al nuovo modello di smartphone made in China. Che stolti! Praticamente, detto in termini botanici, stiamo perpetrando una potatura insensata sull’albero italiano, per giunta facendo miseramente seccare le radici della pianta con la scarsa cura che gli riserviamo, poi non facciamo dei piagnistei ridicoli se di frutti presto non ne raccoglieremo più. Gli scricchiolii del sistema ospedaliero e il ridimensionamento forzato di molti centri periferici dimostrano che il welfare sanitario sta andando per larghe parti a catafascio. Presto tutto verrà di conseguenza a cominciare anche dal sistema pensionistico, visto l’enorme innalzamento dell’età media della popolazione. E i tanti penultimi che vivono in aree fortemente penalizzate sono i primi a subire le conseguenze di questo crollo dell’apparato pubblico italiano. Le potenzialità per risalire la china ci sono però ancora tutte, ma occorre invertire immediatamente il trend in tanti settori e voltare decisamente pagina, in primis in ambito dei servizi alla persona. Inutile continuare con questa sorta di accentramento generalizzato, non porta da nessuna parte e fa solo danni.

Forse in tanti hanno la memoria corta, dimenticano la storia recente di una sanità che era tra le migliori in assoluto al mondo per la capillarità sul territorio e ora ha intrapreso da alcuni decenni una pericolosa scala discendente che, se non si inverte la rotta, porterà solo gravi problemi ad intere zone del paese. Non si possono abbandonare i penultimi delle aree disagiate, come si sta miseramente tentando di fare, praticamente forzandoli ad accentrarsi verso zone già congestionate di abitanti ma ricche di servizi. E sì che il terribile morbo del covid ce lo dovrebbe insegnare! E sì che i finanziamenti (tra cui quelli europei in arrivo) ci sono ancora tutti, basterebbe solo metterli al servizio di un ecologia umana sensata e non neo-malthusiana. Ai tanti sapientoni in camice bianco, che dimenticano il loro ruolo per inventarsi come dei semplici industriali della medicina, ricordo sommessamente che le tasse vengono pagate ovunque, anche nelle realtà che loro considerano ormai come superflue o addirittura dannose per fare quadrare i conti. In tante zone disagiate d’Italia ci si sente come il viandante evangelico percosso dai briganti mentre scendeva da Gerusalemme a Gerico. Siamo tramortiti e forse mezzi moribondi, abbandonati dai tanti “Dottori della legge” che dovrebbero invece aiutarci, ma vogliamo credere tenacemente che prima o poi passerà un buon Samaritano per fasciarci le ferite, ungerci un unguento e farci riprendere il cammino di una vita dignitosa.