Lettera aperta del PdF al Vescovo di Bergamo

 

A Sua Eccellenza Reverendissima

Monsignor Francesco Beschi,
Vescovo di Bergamo

 

OGGETTO: Considerazioni in merito al divieto di celebrazione dell’adorazione in riparazione del Gay Pride

 

Vostra Eccellenza,

in questo giorno in cui si ricorda Nostra Signora di Fatima è in primo luogo con spirito di obbedienza ed ossequio, lo spirito dei figli nella comunione ecclesiale e nella piena adesione al Capo della Chiesa particolare, che ci rivolgiamo a Voi in merito alla vicenda che ha portato alla cancellazione dell’adorazione eucaristica presso la Chiesa del Convento dei Frati Cappuccini prevista per lunedì 21 maggio.

 

La Chiesa e gli LGBT Pride

Come figli affidati alla Vostra paternità apostolica Vi chiediamo di prestare ascolto alle nostre domande, poiché con grave disorientamento abbiamo appreso dell’intervento della curia a richiederne prima la rimozione della speciale intenzione dal manifesto, poi la negazione del luogo di culto. E con maggior sgomento leggiamo ipotesi secondo le quali tale decisione sia conseguente ad un accordo con gli organizzatori del Bergamo Pride per evitare sovrapposizioni con l’arrivo delle reliquie di s. Giovanni XXIII nella sua Bergamo e le relative celebrazioni. A

queste ipotesi non desideriamo credere, ma non perché ci scandalizzi in sé un eventuale accordo in dialogo con le autorità civili per una manifestazione religiosa priva di controversie; bensì ci ha sorpreso constatare che, noto ciò che rappresentano e rivendicano gli LGBT Pride in tutto il mondo (e in Italia in forma tutt’altro che più moderata), nessuna voce si sia levata dalla sede episcopale a ribadire la verità dell’insegnamento della Chiesa. È questo silenzio la causa profonda della confusione ingenerata nei fedeli, i quali hanno sperimentato un penoso abbandono, poi gravato dalla discesa in campo della Diocesi solo per ostacolarne un’iniziativa di preghiera. Di tutto questo Vi chiediamo ragione, auspicando che ci siano motivazioni molto serie per un così grave provvedimento, certi che accoglierà la nostra richiesta filiale.

 

Il senso della proposta di adorazione eucaristica

In secondo luogo, ci rivolgiamo all’Eccellenza Vostra come liberi cittadini e laici aderenti al movimento politico del Popolo della Famiglia, di cui riaffermiamo tanto la natura aconfessionale, quanto l’ispirazione nella Dottrina Sociale della Chiesa. Quale movimento a difesa dei principi non negoziabili, non abbiamo potuto che incoraggiare con entusiasmo la volontà dei nostri iscritti sul territorio di esercitare il loro diritto alla libertà religiosa secondo un’autentica pratica del culto cattolico, in quanto tale riconosciuta, legittimata e tutelata dal dettato costituzionale. La promozione di un’iniziativa come l’adorazione eucaristica è stata concepita ed approvata con quest’intento, nonché concordata con i Frati Cappuccini che ci hanno voluto ospitare per l’esposizione del Santissimo Sacramento. In nessun senso, dunque, la nostra decisione di farci da parte per la responsabilità che costantemente ci muove nei confronti della Diocesi si può intendere come il disconoscimento di un’iniziativa che rimane espressione di libertà personali fondamentali e irrinunciabili.

 

Le narrazioni mediatiche della proposta di adorazione sono strumentali

Con fermezza respingiamo sia le accuse di appropriazione e strumentalizzazione di un gesto liturgico il quale significato ben conosciamo, sia le illazioni secondo cui noi come movimento nazionale o come sezione provinciale ci saremmo con tale atto opposti al pontificato del Santo Padre Francesco. Ci opponiamo invece a certe narrazioni mediatiche che falsano e riducono la portata del suo ministero e che a colpi di slogan vengono rilanciate anche da rappresentanti politici, i quali così dimostrano dove sia di casa la reale strumentalizzazione.

 

La continuità nella tradizione magisteriale della nostra proposta

In questi giorni, superato il centenario delle apparizioni di Fatima, è particolarmente difficile ignorare il Pellegrinaggio con cui l’anno scorso il Papa ha consacrato il proprio pontificato a Nostra Signora, rinnovando l’offerta dell’umanità intera al Cuore Immacolato di Maria ed estendendone il messaggio integrale (non certo selezionato per compiacere chi ne vorrebbe fare un promotore della “rottura” con la Tradizione). Egli, proclamando il riconoscimento della santità dei pastorelli Francesco Marto e Giacinta, commentò:

La presenza divina divenne costante nella loro vita, come chiaramente si manifesta nell’insistente preghiera per i peccatori e nel desiderio permanente di restare presso “Gesù Nascosto” nel Tabernacolo.”[1]

Riprendeva così il suo predecessore s. Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione dei medesimi:

I genitori li avevano educati alla preghiera, e il Signore stesso li attirò più strettamente a sé, mediante l’apparizione di un Angelo che, tenendo tra le mani un Calice e un’Ostia, insegnò loro ad unirsi al Sacrificio eucaristico in riparazione dei peccati. Questa esperienza li preparò ai successivi incontri con la Madonna, la quale li invitò a pregare assiduamente e ad offrire sacrifici per la conversione dei peccatori.”[2]

Fin dalla sua prima apparizione a Cova da Iria, la bianca signora chiese loro ciò che poi divenne richiesta incessante:

«Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze, che Lui vorrà inviarvi, in riparazione dei peccati con cui Egli è offeso e per impetrare la conversione dei peccatori

 

Sappiamo bene che la richiesta di riparazione al centro del messaggio di Fatima è sollecitazione di una pratica devozionale e penitenziale da sempre patrimonio della Chiesa, presente a partire dalla liturgia eucaristica nell’arco di tutta la sua storia fino ad essere codificata nel magistero di Pio XI, che solennemente ha formulato l’Atto di Riparazione al Sacratissimo Cuore di Gesù sull’esempio di s. Maria Margherita Alacoque[3]. L’offerta a risarcimento degli oltraggi all’Amore di Dio Creatore è compartecipazione della Chiesa al Mistero della Redenzione di Cristo: con il termine riparazione la Chiesa esprime uno dei valori conferiti dall’amore salvifico di Cristo al Suo Sacrificio. Mediante tale offerta penitenziale si risponde alla richiesta di Cristo di associarsi al suo corpo mistico che è la Chiesa, secondo quanto già disse l’Apostolo delle Genti «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa»[4].

Sappiamo bene anche che in ciò non si vuole diminuire affatto l’efficacia salvifica del sacrificio di Cristo, né se ne ascrive in superbia merito al penitente e all’orante, bensì nell’offerta di riparazione il fedele diviene come un altare espiatorio sul quale il sacrificio unico e definitivo di Cristo è invitato a rinnovarsi. E Cristo lo rende così un “sacrificio vivente”[5]. Dapprima chiedendo perdono per le proprie colpe – a cui in primo luogo la riparazione è rivolta e senza la quale ammissione nessun’altra offerta è possibile – ma, poiché tale sacrificio si ri-attualizza nel suo corpo mistico e nella celebrazione del Sacramento Eucaristico, nella partecipazione al Suo mistero pasquale il singolo fedele e l’assemblea si associano a Cristo mentre abbraccia il peccato di tutto il genere umano, già superato eternamente sulla Croce.

 

Intendiamo l’offerta di riparazione come un dovere di espiazione

È questo l’esatto contrario di un principio di esclusione, giacché presentando un’offerta di riparazione anche per le colpe altrui si riconosce in prima istanza che il sacrificio di salvezza nel quale Cristo è immolato riguarda anche coloro che non si riconoscono come peccatori e che rifiutano la redenzione. Nell’esempio dei Santi, la riparazione dei peccati altrui costituisce nel culto un vertice dell’amore verso il prossimo, un fine proprio della vita nella carità ed una vocazione cui tutti siamo chiamati quali membra viva del Suo Corpo. Nell’insegnamento di Pio XI – durante il quale pontificato le apparizioni di Portogallo furono riconosciute – è un «dovere di espiazione» che «incombe a tutto il genere umano». Aggiungendosi alla consacrazione, spinge ad «espiare le proprie e le altrui colpe, risarcire l’onore di Cristo, promuovere l’eterna salvezza delle anime»3. Da lui giustamente chiamato «dolce mistero di pace»[6] e dal suo successore Pio XII – che a Fatima consacrò per primo l’umanità intera – «mistero certamente tremendo»[7], per quanto impegna le membra vive della Chiesa. Ricorda il Catechismo che il dovere di riparazione è tanto più necessario quando l’offesa è recata a giustizia e verità e ad essa va commisurata: «Essa obbliga in coscienza»[8].

Sappiamo infine che ai peccati altrui non si può pretendere di sostituirsi nella contrizione della persona peccatrice ma, ad imitazione di Cristo, laddove è oltraggiato pubblicamente il Sacro Cuore di Cristo si può offrire un atto di fede, di speranza o di carità in soddisfazione e per la conversione, a partire da quelle offese che più da vicino riguardano la comunità, che a tal scopo si fa penitente ed orante. È questo lo spirito di riparazione che ha animato i fedeli della nostra comunità nel proporre la contemplazione del Santissimo Sacramento nell’Adorazione Eucaristica per l’Ora Santa, così come chiesta nelle rivelazioni a s. Margherita Maria e poi ai piccoli pastori di Fatima.

 

Ci sentiamo smarriti di fronte al divieto dell’incontro di preghiera

Come può dunque un simile gesto, praticato ed inteso nel seno della Chiesa Madre e Maestra, trovare il divieto della Diocesi senza che sia data alcuna spiegazione?

Perché viene impedito di partecipare in una simile occasione al mistero di pace, tremendo e dolce, nel quale unirci alle sofferenze di Cristo per sé e per gli altri, offrendo in preghiera e penitenza quanto si può per la propria ed altrui conversione e salvezza? E se ci prepariamo ad accogliere s. Giovanni XXIII affidando alla sua intercessione la nostra terra, come possiamo dimenticare che proprio lui scrisse come atto di magistero che «i fedeli devono essere invitati anche alla penitenza esteriore, sia per assoggettare il corpo al comando della retta ragione e della fede, sia per espiare le proprie colpe e quelle degli altri»[9]?

Vostra Eccellenza, da ogni parte contro fedeli oranti con le medesime intenzioni e nelle forme proprie della Chiesa viene mossa l’accusa di istigare all’odio e alla discriminazione, quando sappiamo essere l’esatto opposto, un gesto che ci permette di unirci a Cristo nell’amore per ogni peccatore a partire da quello per noi che lo accogliamo, fino all’amore leso, rifiutato ed offeso. In ogni momento la decisione d’impedirci di praticare quanto ci è stato insegnato come un dovere (invero molto trascurato, ma un dovere nondimeno) e vocazione di santità ci avrebbe trovato nello smarrimento. Non ha forse il nostro vescovo il compito di insegnare e santificare secondo il suo ufficio, oltre che di governare, come noi di aderirgli nell’unità della Chiesa?

 

Le manifestazioni LGBT: un «peccato grave»

A maggior ragione siamo gravemente smarriti poiché la negazione giunge a fronte di un’offerta di riparazione per la pubblica ostentazione di un peccato grave, fonte di scandalo, tesa a sublimarlo e nobilitarlo. Ricordiamo ancora le parole di s. Giovanni Paolo II, quando una delle prime manifestazioni analoghe fu organizzata nella capitale durante l’Anno Santo:

«Un accenno, ritengo poi, doveroso fare alle ben note manifestazioni che a Roma si sono svolte nei giorni scorsi. A nome della Chiesa di Roma non posso non esprimere amarezza per l’affronto recato al Grande Giubileo dell’anno duemila e per l’offesa ai valori cristiani di una città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo. La Chiesa non può tacere la verità, perché verrebbe meno alla fedeltà verso Dio Creatore e non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male

Vorrei, a tale riguardo, limitarmi a leggere quanto dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale, dopo avere rilevato che gli atti di omosessualità sono contrari alla legge naturale, così si esprime: “Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione”»[10].

Un peccato in nessun modo confondibile né confuso con la persona che lo commette, infinitamente degna di essere amata ed accolta nella Chiesa. Proprio per l’infinita dignità conferita dall’Amore di Dio Creatore e redenta nel Sacrificio di Cristo, la Chiesa se vuole accogliere autenticamente non può stancarsi d’indicare l’ideale della vita cristiana, evitando le occasioni di peccato, né certo può lasciar intendere che il suo insegnamento possa venire ignorato[11], fedele alla “carità che si compiace della verità”.

 

Le provocazioni degli LGBT Pride

In questo senso, come severamente denunciato da s. Giovanni Paolo II, i Gay Pride ora evolutisi in LGBT Pride, quantunque si ammantino di titoli genericamente invitanti alla concordia e all’uguaglianza, sono dichiaratamente manifestazioni provocatorie in cui vengono dirette volute offese ai valori cristiani. Come certamente saprete, non solo costituiscono occasione ed incentivo alla promiscuità (il Bergamo Pride ha già annunciato che distribuirà preservativi personalizzati gratuiti a profusione), esibizione di gratuiti nudità ed erotismo (mostrate senza riguardo dei minori che potrebbero passare) ai lati delle strade, ma una delle loro tante anime è proprio la blasfemia.

Tra le molte figure in costume sono spesso riconoscibili parodie dello stesso Gesù e della Vergine inscenati in disinibite effusioni, mentre sono pressoché d’obbligo le magliette in cui campeggiano slogan quali rivisitazioni gender-friendly contro la Sacra Famiglia, come quelle immancabili che paragonano il concepimento di Gesù alla fecondazione artificiale e alla surrogazione di maternità, o i riferimenti alla paternità putativa di Giuseppe come padre adottivo di una coppia omofila.

Ricondurre a manifestazioni del genere un’adeguata rappresentazione delle persone omoaffettive – la cui stragrande maggioranza ripugna tali eccessi – e della lotta alla discriminazione, è questo anzitutto offensivo per le suddette persone, anche sul semplice piano civile; e la Chiesa non può in nessun modo lasciar intendere che laddove sia regolarmente ospitato il vilipendio della fede cattolica e incoraggiata la pratica di atti intrinsecamente cattivi, lì vi sia la sua approvazione, manifesta o tacita. Sia per tutte le persone che vi partecipano e per la propria comunità.

 

I fini ufficiali e quelli reconditi delle manifestazioni correlate al gender

Né si può credere che il tema scelto per la manifestazione di Bergamo Educare alle differenze per combattere l’odio, letteralmente ineccepibile, non nasconda tra le righe del proprio manifesto politico la volontà delle associazioni promotrici di conquistare sempre maggior spazio nelle collaborazioni scolastiche della provincia per i corsi di educazione affettiva e sessuale o per iniziative extra-scolastiche (di cui i genitori non sono quasi mai al corrente) camuffati da iniziative “contro il bullismo”.

La “parità di genere” propugnata infatti non risponde tanto alla doverosa aspirazione di ridurre il divario trai benefici economici e sociali di cui godono gli uomini e quelli di cui godono le donne, quanto ad affermare nel più subdolo indottrinamento la moltiplicazione dei generi, descritti quali costrutti sociali indipendenti dal dato biologico del sesso secondo i modelli autoreferenziali delle gender theories, la cui ideologia è stata condannata da papa Francesco con tanta sollecitudine, durezza e frequenza, come mai da alcun pontefice prima:

«Questo è l’assoluto! Con la preghiera, l’intercessione, fare quello che io posso. Relativo è il modo in cui posso farlo: non tutti possono farlo nella stessa maniera. Ma il problema è mondiale! Lo sfruttamento del creato, e lo sfruttamento delle persone. Noi stiamo vivendo un momento di annientamento dell’uomo come immagine di Dio.

E qui vorrei concludere con questo aspetto, perché dietro a questo ci sono le ideologie. In Europa, in America, in America Latina, in Africa, in alcuni Paesi dell’Asia, ci sono vere colonizzazioni ideologiche. E una di queste – lo dico chiaramente con “nome e cognome” – è il gender! Oggi ai bambini – ai bambini! – a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. E perché insegnano questo? Perché i libri sono quelli delle persone e delle istituzioni che ti danno i soldi. Sono le colonizzazioni ideologiche, sostenute anche da Paesi molto influenti. E questo è terribile. Parlando con Papa Benedetto, che sta bene e ha un pensiero chiaro, mi diceva: “Santità, questa è l’epoca del peccato contro Dio Creatore!”. E’ intelligente! Dio ha creato l’uomo e la donna; Dio ha creato il mondo così, così, così…, e noi stiamo facendo il contrario. Dio ci ha dato uno stato “incolto”, perché noi lo facessimo diventare cultura; e poi, con questa cultura, facciamo cose che ci riportano allo stato “incolto”!  Quello che ha detto Papa Benedetto dobbiamo pensarlo: “E’ l’epoca del peccato contro Dio Creatore!”. E questo ci aiuterà»[12].

Nell’epoca del peccato contro Dio Creatore, contro l’ordine naturale da lui stabilito, che umilia la creatura più bella di Dio, negando la bellezza dei sessi e cancellando la famiglia come comunione nella differenza ad immagine della Trinità, come si può chiedere di non unirci alle sofferenze di Cristo sulla Croce e, poiché Maria più intimamente di tutti partecipa del sacrificio del figlio e le offese al Sacro Cuore di Gesù han trafitto anche il suo Cuore Immacolato, non consacrarci ad esso ed affidarci alla sua protezione, perché possiamo cooperare alla salvezza di coloro quest’amore salvifico non conoscono ed offendono?

Come si può chiedere di non metterci in adorazione di “Gesù Nascosto nel Tabernacolo” ed ancor più esposto nell’ostensorio, in cui risplende quel sacrificio grazie al quale tutti siamo salvati, in riparazione alle nostre colpe e a quelle altrui?

Come si può, infine, come pastori, presbiteri e laici tacere la verità che la Chiesa insegna e custodisce laddove essa viene così a fondo negata, quella verità che ognuno, a prescindere dal proprio orientamento, merita perché sia destinatario di autentica carità?

 

Ci rimettiamo all’obbedienza come figli

Vostra Eccellenza Reverendissima, vi parliamo esercitando l’audace parresìa che la Chiesa chiede e rimettendoci all’obbedienza sorretta dalla fiducia filiale. Vi preghiamo di rispondere alle nostre domande, le stesse di moltissimi fedeli della nostra Diocesi che cercano in Voi la guida indicata dalla Chiesa. Vi abbiamo scritto questa lettera perché sia indirizzata a Voi e a Voi soltanto, per il ministero che a Voi è affidato e che vogliamo onorare. Poiché queste domande sono le medesime che scuotono molti nostri fratelli nella fede, come il senso di responsabilità verso la Diocesi ha orientato il nostro operato nel metterci di lato, così nel farci avanti ci muove quello per i molti fratelli nella fede che hanno fatto riferimento a noi per offrire la propria voce. Apriremo perciò questa lettera alla pubblica estensione dopo averVi dato tempo e modo di leggerla.

Conoscendo l’apertura al confronto con le realtà sociali e politiche che contraddistingue la nostra Diocesi e avendola già sperimentata grazie all’accoglienza dell’Ufficio alla Pastorale Sociale nella persona di don Re durante la scorsa campagna elettorale, in quest’occasione ribadiamo la nostra volontà di un incontro con la Vostra Eccellenza (o con un Vostro delegato che vorrete indicarci) non appena possibile, perché questo confronto si faccia diretto, vivo, costruttivo, franco e deciso tanto nella cooperazione al bene comune quanto nella comunione ecclesiale della quale unità in Voi riconosciamo il principio visibile e il fondamento per la nostra comunità e, tramite Voi e il Collegio in cui siede, la Chiesa Universale tutta e il Romano Pontefice, il Santo Padre Francesco.

 

 

In fede e carità,

Coordinamento Provinciale del Popolo della Famiglia di Bergamo

 

Bergamo,18 maggio 2018

 

[1] Omelia del 13 maggio 2017.

[2] Udienza generale del 17 maggio 2000.

[3] Miserentissimus Redemptor.

[4] Col 1,  24.

[5] Rom 12, 1.

[6] Caritate Christi Compulsi.

[7] Mystici Corporis Christi.

[8] Catechismo Chiesa Cattolica, 2487.

[9] Paenitentiam Agere II.1.

[10] Angelus del 9 luglio 2000.

[11] Lettera pastorale ai vescovi dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, 1986.

[12] Incontro con i Vescovi Polacchi in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, 27 luglio 2016.